Fare coming out come persona transgender

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Il coming out: un processo continuo, non un singolo evento

Quando parliamo di coming out, tendiamo a immaginarlo come un atto unico, solenne e definitivo.

Come se bastasse pronunciare quella verità ad alta voce una sola volta per chiudere il cerchio.

Nella realtà, però, il coming out non è un evento isolato.

È un processo continuo che accompagna l’intera vita della persona, perché ogni nuovo contesto, relazione o cambiamento può rendere necessario decidere se, come e con chi condividere la propria identità.

Per comprendere perché il coming out possa rappresentare un passaggio così delicato, è utile chiarire cosa intendiamo quando parliamo di identità sessuale.

L’identità di genere fa parte di un costrutto psicologico che si definisce “identità sessuale” e include anche il sesso assegnato alla nascita, l’espressione di genere e l’orientamento sessuale.

Il modo in cui le diverse componenti dell’identità sessuale di un individuo si estrinsecano e interagiscono tra loro è unico.

E merita di essere riconosciuto e rispettato.

Se tutte le persone imparassero questo concetto fin da piccole, non esisterebbe più il coming out.

Una persona omosessuale non si sentirebbe sotto pressione all’idea di manifestare e quindi condividere con gli altri il proprio orientamento sessuale. Né una persona transgender dovrebbe sentirsi costretta a giustificare o spiegare la propria identità di genere, il modo in cui si sente nel proprio corpo.

Purtroppo, però, alle nostre latitudini viviamo ancora all’interno di un sistema profondamente cis-eteronormativo, ovvero un sistema in cui essere cisgender ed eterosessuali rappresenta la norma, il comportamento atteso da ogni individuo.

Chi si discosta da questa “norma”, ovvero chi fa esperienza di un’identità di genere incongruente rispetto al sesso assegnato alla nascita o chi è attratto da persone dello stesso sesso, deve ancora pagare il prezzo di “uscire” (come out, in inglese) da una zona d’ombra, che però protegge dal pregiudizio e dallo stigma.

Le paure più comuni quando si affronta il coming out

La paura di rivelare una parte del sé così intima e profonda come l’identità sessuale è la conseguenza di una storica ostilità sistemica nei confronti delle persone LGBTQ+.

Oggi la sempre maggiore rappresentazione delle persone appartenenti alla comunità nei media mainstream sta contribuendo a un graduale depotenziamento dei pregiudizi nei confronti della comunità stessa (processo ostacolato dalle leggi omotransfobiche adottate da alcune democrazie occidentali negli ultimi anni), rendendo di fatto il processo del coming out, o meglio, della condivisione, meno gravato da conseguenze negative.

Una delle dirette conseguenze di questo fenomeno è stata l’aumento delle persone che si identificano come appartenenti alla comunità LGBTQ+, almeno in quei Paesi in cui questo non significhi fare ammissione di reato.

Nonostante questo, tuttavia, questo gesto richiede ancora una notevole dose di energie, soprattutto quando si parla di identità di genere.

In un contesto in cui gli episodi di discriminazione sono ancora oggi così diffusi, è comprensibile che il coming out sia vissuto da molte persone transgender con incertezza, apprensione e il timore di venire rifiutate.

Il coming out non è soltanto un momento di comunicazione, ma un’esperienza emotivamente complessa.

Per molte persone transgender può significare esporsi a un’incertezza profonda: non sapere come reagiranno i propri familiari, il partner, gli amici o i colleghi, né quali conseguenze potrà avere quella condivisione.

Per questo motivo è fondamentale che la persona trovi davanti a sé uno spazio di ascolto, nel quale possa sentirsi accolta e rispettata.

Anche quando chi riceve questa comunicazione prova sorpresa, fatica o ha bisogno di tempo per rielaborare ciò che ha ascoltato, un atteggiamento basato sull’ascolto, sul rispetto e sulla disponibilità a comprendere rappresenta il punto di partenza più importante.

Come reagire al coming out di una persona transgender

Essere transgender, inoltre, implica dei cambiamenti non solo personali, ma anche sociali.

Significa che anche le altre persone dovranno “far fatica” a utilizzare nuovi pronomi e, spesso, un nuovo nome, a vedere la persona cambiare la propria espressione di genere e/o vedere cambiare il suo corpo.

E al nostro cervello, si sa, i cambiamenti non sono particolarmente graditi!

In alcuni casi, la difficoltà ad accogliere questo cambiamento può essere espressa come la paura di “perdere” la persona conosciuta fino a quel momento.

Ma la verità è che quella persona è sempre stata e continuerà ad essere sé stessa, solo in un modo più autentico.

In alcuni casi, anzi, la condizione necessaria affinché quella persona continui a esistere è proprio facendo sì che questa realizzi la propria identità.

Le ricerche mostrano infatti che le persone transgender presentano un rischio maggiore di sviluppare ansia, depressione e comportamenti suicidari.

Questa maggiore vulnerabilità, però, non è riconducibile all’identità di genere, ma agli effetti di un’esposizione continua a discriminazione, stigma, rifiuto e invisibilizzazione.

In psicologia questo fenomeno è noto come minority stress (o stress da minoranza) e descrive l’impatto che un contesto sociale ostile può avere sul benessere psicologico delle persone appartenenti a gruppi minoritari.

Ridurre questo stress, attraverso relazioni accoglienti e contesti rispettosi dell’identità della persona, rappresenta uno dei principali fattori di protezione per la salute mentale.

L’educazione sulle tematiche LGBTQ+ contribuisce sempre di più a creare questo tipo di contesti.

Anche grazie a questo molte persone parlano di esperienze positive nel momento del coming out con familiari, amici e sul lavoro, del sostegno e dell’incoraggiamento e dell’accoglienza ricevuti.

E a pensarci bene, l’annuncio di un cambiamento che porterà a un miglioramento della qualità della vita di una persona cui vogliamo bene non dovrebbe essere accolto diversamente da così.

Esiste un momento giusto per fare coming out?

Non esiste un momento giusto valido per tutti.

La scelta di fare coming out dipende dal contesto, dalle proprie risorse personali e dalla presenza di una rete di supporto.Per alcune persone condividere la propria identità rappresenta un passo importante verso il benessere; per altre, attendere può essere una forma di tutela.

In alcune situazioni, soprattutto quando si dipende ancora economicamente dalla famiglia o si teme di perdere il lavoro, la casa o altre importanti fonti di sostegno, rimandare il coming out può rappresentare una scelta consapevole per proteggere la propria sicurezza, sia sul piano psicologico sia su quello materiale.

Non esiste quindi una decisione giusta o sbagliata rispetto a quando fare coming out.

Ogni persona ha il diritto di scegliere se, quando e con chi condividere la propria identità, rispettando i propri tempi e le proprie condizioni di vita.

Il ruolo della rete di supporto nel coming out

Può capitare che il coming out di una persona transgender non venga accolto positivamente in tutti i contesti.

L’eventuale rifiuto può generare nella persona ansia, insicurezze e minare la sua serenità.

Questo stress contribuisce negativamente a un percorso già di per sé complesso, per cui è bene creare una solida rete di persone (amici, familiari, associazioni, professionisti qualificati) che sostengano il percorso di affermazione di genere della persona direttamente coinvolta affinché questa abbia sempre un luogo sicuro in cui rifugiarsi.

Poiché le persone transgender rappresentano una esigua minoranza della popolazione, in molti—specialmente le generazioni più datate—si ritrovano ad affrontare il coming out di un figlio, un’amica, un* parente senza gli adeguati mezzi per comprendere né persone con cui confrontarsi.

Le associazioni di categoria possono offrire questi mezzi mancanti, dando inoltre possibilità di confronto con chi affronta o ha già affrontato la stessa esperienza.

Consapevoli di quanto il sostegno della famiglia sia fondamentale in questi casi, il progetto Identità in corso accanto ai percorsi di psicoterapia e sostegno psicologico per persone transgender dedica uno spazio specifico anche ai loro genitori, ai fratelli, alle sorelle e ai familiari più in generale.

Offrire ascolto e strumenti a chi vive questo percorso accanto al proprio caro significa favorire un clima di maggiore comprensione, ridurre paure e incomprensioni e aiutare l’intero nucleo familiare ad affrontare il cambiamento con maggiore serenità.

La carriera alias: uno strumento per tutelare l’identità di genere

Se non si dispone ancora dei documenti rettificati, in molti contesti accademici, per risparmiare alla persona continui outing— la rivelazione della propria identità di genere o orientamento sessuale senza il consenso della persona interessata— e per rispettarne l’identità, oggi si può richiedere l’attivazione della carriera alias, ovvero un’anagrafica che sostituisce quella che riporta il nome sugli attuali documenti.

Questo è un passo verso una sempre più sistemica integrazione della molteplice pluralità di identità possibili in contesti istituzionali, anche se la strada è ancora lunga.

Il supporto psicologico durante il percorso di coming out

Come abbiamo visto, il coming out è spesso descritto come un momento, ma nella realtà rappresenta un percorso che può suscitare emozioni molto diverse: sollievo, paura, entusiasmo, senso di colpa, incertezza o il timore di perdere relazioni importanti.

Un percorso di supporto psicologico può offrire uno spazio sicuro nel quale esplorare queste emozioni senza sentirsi giudicati e senza la pressione di dover prendere decisioni immediate.

L’obiettivo non è spingere la persona a fare coming out, ma aiutarla a comprendere i propri bisogni, valutare le proprie risorse e trovare il modo più rispettoso di sé per affrontare questa scelta, qualunque essa sia.

Anche i familiari possono vivere questo passaggio con dubbi, timori o difficoltà nel comprendere ciò che sta accadendo. Avere uno spazio di ascolto permette loro di elaborare le proprie emozioni, acquisire strumenti per comprendere meglio l’identità di genere del proprio caro e costruire una relazione fondata sul dialogo, sul rispetto e sul sostegno reciproco.

Il percorso psicologico può quindi accompagnare sia la persona transgender sia la sua rete familiare, favorendo una comunicazione più serena e contribuendo a ridurre quello stress che, come abbiamo visto, rappresenta uno dei principali fattori di rischio per il benessere psicologico.

Non esiste un modo di prevedere la reazione dell’altro al coming out, ma possiamo lavorare come società nell’educare al rispetto del prossimo e a normalizzare i bisogni delle persone appartenenti alla comunità LGBTQ+, affinché le persone delle prossime generazioni non debbano “venir fuori” da nessuna parte, ma possano semplicemente esercitare l’inalienabile diritto di esistere.

Percorso di affermazione di genere – Domande frequenti

Spesso, quando si inizia a riflettere sulla propria identità di genere, alcune domande tendono a tornare con insistenza. Proviamo a rispondere ad alcune di quelle più frequenti.

01
Non esiste un test o una risposta immediata alle domande sulla propria identità di genere.

Comprenderla è un processo che richiede tempo, ascolto e spesso il confronto con un professionista che possa dare supporto e guidarci in un percorso di maggior consapevolezza.
02
No. Il percorso non è standardizzato né obbligato. Ogni persona può scegliere liberamente quali passaggi intraprendere, nel totale rispetto del principio di autodeterminazione.
No. Il percorso non è standardizzato né obbligato. Ogni persona può scegliere liberamente quali passaggi intraprendere, nel totale rispetto del principio di autodeterminazione.

C’è chi sente il bisogno di intraprendere una terapia ormonale di femminilizzazione o mascolinizzazione, chi valuta interventi di tipo chirurgico, e chi invece non desidera alcun intervento medico.

Non esiste un unico modo di vivere o di esprimere la propria identità di genere: il percorso si costruisce nel tempo, sulla base dei bisogni, delle scelte e della storia personale di ciascuno.
03
Sì. Il percorso proposto dal Centro di psicoterapia Il Filo di Arianna nasce proprio per accompagnare le persone nella fase di incertezza, senza richiedere decisioni immediate.
04
Sì. Molte persone iniziano a interrogarsi sulla propria identità di genere anche in età adulta. Non esiste un momento “giusto”.
05
Nell’ambito di un percorso di affermazione di genere, l’equipe del percorso “Identità in corso” considera di fondamentale importanza il coinvolgimento della famiglia e delle figure genitoriali, soprattutto quando la persona transgender è giovane.

Identità in corso: percorso di affermazione di genere Roma nord

 

Per accedere al progetto “Identità in corso” contatta il numero dedicato 3317213536.

Troverai a risponderti uno psicologo esperto in materia che potrà ascoltarti e orientarti verso il servizio più indicato. 

Il servizio di accoglienza è attivo dal lunedì al venerdì dalle 9.00 alle 13.00 e dalle 15.30 alle 18.00. Qualora non si riuscisse a prendere la linea, sarà possibile lasciare un messaggio in segreteria telefonica o inviare un messaggio via wahtsapp per venire ricontattati appena possibile.