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Toggle“Mio figlio mi ha detto di essere transgender”: cosa accade quando un figlio fa coming out
“Mamma, papà, sono trans.”
Un figlio non pronuncia una frase del genere con leggerezza.
Fare coming out con i propri genitori, parlando apertamente della propria identità di genere, significa rivelare una parte molto intima di sé. È un momento in cui ci si espone con la speranza di essere accolti e il timore che ciò potrebbe non verificarsi.
Per affrontarlo, occorre grande coraggio e, allo stesso tempo, la disponibilità a mostrarsi vulnerabili.
Non solo da parte di chi agisce il coming out, ma anche di chi lo riceve.
Per molti genitori, infatti, trovarsi dall’altra parte di questa rivelazione significa vedersi catapultati in un territorio del tutto inesplorato, di fronte a concetti ed esperienze di cui, spesso, non si è sentito parlare affatto. Oppure di cui si è sentito soltanto in televisione, in modo superficiale e talvolta approssimativo, quando non del tutto errato.
Se, infatti, per un figlio transgender il coming out è una tappa di un percorso interiore fatto di domande, riflessioni e scelte che riguardano il modo in cui desidera vivere e raccontare la propria identità, per la madre o il padre si tratta del punto di partenza di un viaggio emotivo che può rivelarsi altrettanto intensoQuando si diventa genitori, forse, ciascuno vorrebbe ricevere insieme al titolo di madre o padre anche un manuale di istruzioni.
Un manuale che dica come comportarsi quando arriva il primo giorno di scuola, quando un figlio soffre per un’amicizia o un amore finito male, quando si trova davanti a una scelta importante o quando, semplicemente, non si sa quale sia la cosa giusta da fare.
Quel manuale, però, non esiste.
Così come non esiste un modo prestabilito di reagire al coming out di un figlio come persona transgender. Ciascuno di noi è diverso. Per questo, il coming out può essere ricevuto in maniera differente da persona a persona.
La reazione può dipendere dalla storia personale del genitore, dalle conoscenze che possiede sul tema, dalle esperienze che ha potuto fare nella vita.
Ma spesso è influenzata soprattutto dal modo in cui ciascuno di noi affronta ciò che non conosce.
Alcuni genitori manifestano immediatamente la propria disponibilità ad ascoltare e sostenere il figlio; altri, a primo impatto, possono sentirsi confusi, spaventati o disorientati. Possono avere bisogno di tempo per comprendere ciò che stanno vivendo e per dare un nome alle emozioni che emergono.
A volte, proprio queste emozioni possono portare a reagire in modo impulsivo, addirittura respingente, attraverso domande, parole o comportamenti che il figlio può vivere come incomprensione, distanza o persino rifiuto.
Questo non significa necessariamente che dietro la reazione di un genitore al coming out ci sia assenza di amore.
Significa, piuttosto, che anche per un genitore può essere necessario attraversare un periodo di elaborazione e comprensione, imparando a confrontarsi con una realtà che fino a quel momento non aveva mai dovuto conoscere da vicino.
Quali emozioni può provare un genitore quando il figlio fa coming out come persona transgender?
Le emozioni che accompagnano questo momento possono essere molte e anche molto diverse tra loro: sorpresa, preoccupazione, paura, confusione, tristezza, ma anche curiosità, sollievo o il desiderio di conoscere meglio l’esperienza del proprio figlio.
Non è raro che possano convivere sentimenti apparentemente contraddittori.
Un genitore può essere felice che il proprio figlio abbia trovato il coraggio di parlare di sé a cuore aperto e, allo stesso tempo, sentirsi impreparato, confuso o preoccupato per ciò che lo aspetta.
Tutte queste reazioni, anche le più disorientanti, sono del tutto umane e legittime.
I dubbi, la paura o il senso di smarrimento indicano che è iniziato un processo che coinvolge e trasforma l’intero sistema familiare.
Una delle reazioni che può comparire è il senso di smarrimento.
L’immagine del bambino o della bambina che hanno visto crescere, le aspettative coltivate nel tempo, i progetti e i sogni immaginati per il suo futuro possono improvvisamente sparire, lasciando il posto a dubbi, paure e incertezze.
E quando vengono meno alcuni punti di riferimento, è naturale cercare di capire cosa stia accadendo.
I dubbi che molti genitori si pongono quando un figlio fa coming out come persona transgender:
“E se fosse solo una fase?”
Di fronte al coming out come persona transgender, alcuni genitori si ritrovano così a ripercorrere a ritroso i ricordi, alla ricerca di un segnale, di un episodio che non avevano colto o anche di un gesto, di una parola o di un’esperienza che potrebbe aver “condizionato” ciò che il figlio sta vivendo.
“Avrei dovuto accorgermene prima?”
“È successo qualcosa che può averlo influenzato?”
“Ho sbagliato qualcosa come genitore?”
Si tratta di un atteggiamento comprensibile.
Quando ci troviamo davanti a qualcosa di nuovo e inatteso, cercare una causa può aiutarci a sentirci meno disorientati.
Ma l’identità di genere non è il risultato di una scelta educativa sbagliata né l’effetto di un presunto trauma vissuto durante l’infanzia, come talvolta viene sostenuto da teorie superate o da pregiudizi ancora troppo diffusi.
L’identità di genere è un’esperienza profonda, costitutiva e innata della persona.
Non è un “capriccio”, né una risposta a una mancanza genitoriale o a stimoli esterni.
Per questo la domanda “E se fosse soltanto una fase?”, per quanto legittima da parte di un genitore che cerca di comprendere ciò che sta vivendo il proprio figlio, non dovrebbe trasformarsi nel tentativo di convincerlo che ciò che sente non sia reale.
Questo, infatti, significherebbe presumere di sapere meglio di chi si ha di fronte che cosa prova, chi è e che significato dà alla propria esperienza. È segno di mancanza di fiducia e può essere doloroso.
Certo, un genitore può avere dubbi.
Ciò però non implica che si debba mettere in dubbio il proprio figlio.
La paura per il futuro: cosa succederà a mio figlio?
Lo smarrimento di un genitore nel momento in cui il figlio parla apertamente della propria identità di genere spesso si accompagna a un’emozione ancora più profonda: la paura.
La paura di ciò che potrebbe accadere, delle difficoltà che il proprio figlio potrebbe incontrare in vari contesti sociali o nel costruire una famiglia, di non riuscire a proteggerlo e di non avere gli strumenti per affrontare ciò che verrà.
“Come sarà la sua vita?”
“Sarà accettato dagli altri?”
“Dovrà affrontare discriminazioni?”
“Sarà felice?”
Purtroppo, attraverso i mezzi di informazione si ascoltano spesso storie di persone transgender che hanno dovuto affrontare episodi di discriminazione, esclusione o violenza. Per un genitore, ascoltare queste storie può rendere improvvisamente concreta una paura che fino a quel momento era rimasta soltanto in astratto:
“E se un giorno dovesse succedere anche a mio figlio?”
Come comportarsi con un figlio transgender dopo il coming out?
Nel momento in cui un figlio si apre, parlando della propria identità di genere, può essere difficile sapere come comportarsi concretamente.
Spesso, se non si è colto ciò che lui o lei stava vivendo, la notizia può arrivare all’improvviso.
Il genitore può ritrovarsi così a dover fare i conti, nello stesso momento, con ciò che il figlio gli sta raccontando e con tutte le emozioni che quella condivisione può suscitare.
Non è necessario sapere tutto o avere le risposte a ogni cosa.
L’importante, in quel momento, è essere disposti all’ascolto.
Ascoltare ciò che il figlio ha da dire, lasciargli lo spazio per raccontare come si sente, senza interromperlo o cercare immediatamente delle spiegazioni, è già un primo importante passo. Essere genitori di un figlio transgender non significa avere tutte le risposte fin dall’inizio: significa, prima di tutto, poter continuare a essere un punto di riferimento, anche mentre si impara a conoscere e comprendere questa parte della sua esperienza.
Bisogna usare subito il nuovo nome e i nuovi pronomi?
Alcuni genitori potrebbero chiedersi se, dopo il coming out, sia necessario iniziare subito a usare il nuovo nome e i pronomi scelti dal proprio figlio (lui/lei).
è opportuno che questa domanda venga rivolta direttamente alla persona interessata.
Sarà lei a decidere quando e come vuole essere indirizzata e appellata.
A volte, più dei pronomi, è l’utilizzo del nome di elezione che destabilizza maggiormente.
Al nome, infatti, leghiamo indissolubilmente l’identità di una persona e quando questo viene sostituito, è come se una parte di quella persona sparisse insieme a quell’appellativo.
Per un genitore, poi, quel nome può essere legato a anni di ricordi, esperienze condivise e momenti della crescita del proprio figlio.
Eppure quella stessa persona è sempre lì, davanti a noi, solo in una forma diversa da come eravamo abituati a percepirla, ma molto più simile a come percepisce sé stessa.
Può capitare che i primi tempi, a causa dell’abitudine, talvolta si sbaglino i pronomi o il nome della persona. L’importante, più dell’esercizio di forma in sé, è cominciare a pensare a quella persona come appartenente al genere in cui si riconosce, a prescindere dalle caratteristiche fisiche: solo così verrà spontaneo rivolgersi coi giusti pronomi!
Quando rivolgersi a uno psicologo: serve un supporto anche per i genitori?
Il coming out di un figlio può rappresentare per un genitore un momento di cambiamento, che può portare con sé domande, emozioni contrastanti, preoccupazioni o difficoltà nel trovare il modo giusto per stare accanto al proprio figlio.
Non esiste un modo unico di reagire e non tutti i genitori hanno bisogno di un supporto psicologico.
Tuttavia, quando le emozioni diventano difficili da gestire, quando emergono dubbi sul proprio ruolo o quando si fa fatica ad accettare e comprendere ciò che sta accadendo, uno spazio di ascolto può essere prezioso.
È importante ricordare che il supporto della famiglia rappresenta uno dei fattori di protezione più importanti per il benessere delle persone transgender.
Sentirsi accolti, ascoltati e rispettati all’interno del proprio nucleo di origine può contribuire in modo significativo a vivere con maggiore serenità il proprio percorso e a non affrontare da soli eventuali difficoltà legate allo stigma e alla discriminazione.
Per questo, chiedere un supporto psicologico può essere utile anche per i genitori. Un percorso di questo genere, infatti, consente non soltanto di trovare uno spazio in cui esprimere liberamente le proprie emozioni e le proprie preoccupazioni, ma anche di individuare modalità più consapevoli per stare accanto al proprio figlio e acquisire strumenti utili a sostenerlo.
All’interno del progetto Identità in corso dedicato ai percorsi di affermazione di genere, il Centro di Psicoterapia Il Filo di Arianna offre un servizio di supporto psicologico rivolto anche a genitori e familiari di persone transgender.
Per accedere al progetto “Identità in corso” contatta il numero dedicato 3317213536.
Troverai a risponderti uno psicologo esperto in materia che potrà ascoltarti e orientarti verso il servizio più indicato.
Il servizio di accoglienza è attivo dal lunedì al venerdì dalle 9.00 alle 13.00 e dalle 15.30 alle 18.00. Qualora non si riuscisse a prendere la linea, sarà possibile lasciare un messaggio in segreteria telefonica o inviare un messaggio via wahtsapp per venire ricontattati appena possibile.

