Terapia di gruppo in forma di romanzo: La Cura Schopenhauer

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La dipendenza di Philip Slate: sfuggire all’angoscia dell’esistenza col sesso compulsivo

Tutti, almeno una volta nel corso della nostra vita, abbiamo desiderato trovare un modo per sfuggire al dolore.

Spesso, è proprio questa condizione di profonda sofferenza emotiva a spingere alcuni a cercare un rifugio temporaneo nell’oblio regalato dall’alcol e da altre sostanze che possono ottundere i sensi e stordirci al punto da perdere completamente il contatto con la realtà che ci circonda, almeno in via provvisoria.

Altri trovano riparo nel sesso, che dà momento di unione e scoperta dell’altro, si trasforma in una pratica compulsiva, priva di qualsiasi significato ed emozione.

È questo il caso di Philip Slate, protagonista del romanzo “La cura Schopenhauer”, schiavo dei propri impulsi sessuali, unico mezzo che ha trovato per cercare annientare il senso di angoscia che si porta dentro.

La sua è una vera e propria mania compulsiva: trascorre gran parte del suo tempo a caccia di donne, che seduce al solo scopo di portarsele a letto per poi abbandonarle e passare alla “preda” successiva, in un ripetersi insensato degli stessi gesti, di una vuota e triste routine.

Tre anni di terapia individuale con il dottor Julius Hertzfeld, brillante professore di psichiatria e terapeuta che ha passato la sua intera esistenza ad aiutare e sostenere gli altri, non sortiscono alcun effetto su Slate.

Anzi, a un certo punto, avviene quello che in gergo viene definito drop out”: il paziente deluso e irritato decide di interrompere bruscamente il trattamento, poiché sembra non trarne alcun beneficio.

Per Hertzfeld è un fallimento enorme, il più grande nella sua carriera di terapeuta.

Terapia di gruppo in forma di romanzo: La Cura Schopenhauer
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Una presunta guarigione che nasconde forti problemi relazionali

Per questo, quindici anni dopo, quando scopre di avere un male incurabile, il terapeuta decide di rintracciare quel paziente impossibile per sapere cosa sia stato di lui. Quando riesce a contattarlo, scopre che Slate sostiene di essere guarito completamente dal suo disturbo grazie a quella che lui definisce “cura Schopenhauer”.

Ma cos’è questa “cura Schopenhauer” che dà il titolo al romanzo di Irvin Yalom?

Si tratta di una cura alternativa ideata dallo stesso Philip Slate, ispirata al pensiero del grande filosofo tedesco Arthurt Schopenauer, caratterizzato dalla misantropia e dal pessimismo, che Slate eleva a proprio stile di vita.

In sostanza, Slate predica e pratica il distacco dalla vita terrena, si autoimpone l’ascesi come mezzo per raggiungere l’autarchia interiore ed esteriore, una forma di autosufficienza totale che conduce, a parer suo, all’elevazione dello spirito.

Egli ritiene di poter bastare a sé stesso.

Hertzfeld, però, si renderà ben presto conto che il suo vecchio paziente si illude soltanto di essere guarito.

Certo, egli non è più un sessuomane, la filosofia gli ha permesso di liberarsi della sua dipendenza.

Ma il suo vero problema è un altro, anche se lui non sembra accorgersene.

Egli è letteralmente terrorizzato dalla sofferenza che, dal suo punto di vista, è strettamente connessa alle relazioni interpersonali. Per proteggersi da quel dolore, ha costruito un muro impenetrabile intorno a sé, impedendosi di entrare in contatto con l’altro, di coltivare un’amicizia o un amore.

Philip Slate è un analfabeta emozionale che filtra tutto attraverso l’intelletto, senza lasciare alcuno spazio all’universo emotivo, incapace di esprimere compassione o solidarietà, di donare un sorriso o una parola di conforto.

È un uomo che, in definitiva, si è sottratto alla vita.

Non rendendosi conto del suo disagio profondo, convinto di aver trovato la chiave di tutto, Slate ha persino abbandonato la professione di chimico per prendere un dottorato in counseling filosofico.

Ritrovandolo dopo tanti anni, Hertzfeld decide di provare di nuovo ad aiutare quest’uomo.

Ha soltanto pochi mesi di buona salute a disposizione e vuole trascorrerli continuando a dedicarsi completamente agli altri e anche a Slate, coinvolgendolo in una psicoterapia di gruppo per superare i suoi problemi relazionali.

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La cura Schopenhauer come manuale di psicoterapia di gruppo

Attraverso “La cura Schopenhauer”, Irvin Jalom ci guida dentro il microcosmo del gruppo di terapia, governato da equilibri delicatissimi, messi a dura prova dall’ingresso di un uomo come Philip Slate, un narcisista cinico che disprezza l’umanità intera perché è convinto di non poter essere amato da nessuno, di non meritare neppure una briciola di amore.

Pagina dopo pagina, vediamo il gruppo evolvere sotto la conduzione attenta del terapeuta, la cui voce sottolinea costantemente meccanismi e tecniche utilizzati in questa forma di terapia, come a volerci fornire delle linee guida, un vero e proprio manuale di psicoterapia di gruppo.

All’interno di un contesto come questo, non si indaga tanto il passato del singolo partecipante, così come avverrebbe in una terapia individuale, in cui si realizza un rapporto 1:1 tra paziente e terapeuta e si va a scavare nel profondo dell’individuo.

Nella terapia di gruppo, come ci mostra magistralmente Yalom raccontando un anno di sedute collettive, l’oggetto di indagine è il presente, il qui e ora della relazione, il momento in cui ci si trova a confrontarsi, scontrarsi, rispecchiarsi l’uno nell’altro, riflettendo insieme sul quel che sta accadendo,  sulle dinamiche che via via vengono alla luce attraverso la reciproca interazione.

L’effetto su Slate è dirompente.

Un’esperienza di condivisione così forte non può che sconvolgere completamente i suoi convincimenti, facendo crollare il muro che si è costruito intorno, spazzato via dall’onda emotiva che lo invade.

In una delle ultime sedute di terapia di gruppo, lacrime accompagnano le parole sofferte con cui descrive sé stesso: “Nessuno che mi abbia conosciuto mi ha amato. Nessuno potrebbe amarmi”.

In definitiva, grazie al potere terapeutico del gruppo, egli riesce infine a comprendere una lezione fondamentale: il dolore è una componente fondamentale dell’esistenza. Allontanarsi da tutto e da tutti, nell’illusione di sfuggire alla sofferenza, significa soltanto rinunciare a vivere in modo autentico.

Terapia di gruppo Roma Prati – Cipro – Ottaviano

Presso il Centro di Psicologia e Psicoterapia Il Filo di Arianna è possibile partecipare a gruppi di psicoterapia.

Le sedute di terapia di gruppo in presenza si tengono all’interno dello studio in Circonvallazione Trionfale 145 (Roma, zona Prati), con incontri a cadenza settimanale.

La terapia di gruppo a distanza, invece, si tiene online, su piattaforma web.

Per informazioni, compilare il form sottostante oppure chiamare al 327 297 1456 negli orari di segreteria.

Un terapeuta del Centro prenderà in carico la tua richiesta e ti fornirà tutte le informazioni necessaria per cominciare il percorso.






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