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Tra lamentele e vittimismo: come affrontare la sindrome di Calimero

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Almeno una volta nella vita, anche tu hai incontrato qualcuno che si lamenta in modo costante.

Brontola per i piccoli imprevisti quotidiani, si lagna del lavoro e dei colleghi che si impegnano poco e lasciano fare tutto a lui oppure del capoufficio che non gli riconosce i suoi meriti. Ha sempre qualcosa da ridire sul comportamento degli altri o sul contesto in cui si trova a vivere, suo malgrado.

Qualsiasi difficoltà che incontra sul proprio cammino diventa un’occasione buona per rammaricarsi di quanto sia infelice e sfortunato, di come tutto vada sempre storto e il mondo sia così maledettamente ingiusto con lui o lei.

Forse, quel lamentoso cronico è un tuo amico o un familiare.

In questo articolo vorremmo aiutarti a comprendere meglio cosa si nasconde dietro la lamentela, quali dinamiche inconsce guidano la persona che soffre della cosiddetta “Sindrome di Calimero” e come uscire dal suo circolo vizioso fatto di emozioni negative e pensieri cupi, che si alimentano a vicenda in una spirale senza fine, causando danni enormi alla persona che assume questo atteggiamento vittimistico.

Partiamo dallo spiegare cosa sia la lamentela.

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Immagine di rawpixel.com su Freepik

 

Sindrome di Calimero: cos’è lamentela e che differenza c’è rispetto allo sfogo

La lamentela è una forma di comunicazione in cui una persona esprime insoddisfazione, frustrazione o disagio riguardo a situazioni, persone o eventi, di qualunque genere essi siano.

Essa si caratterizza per un focus sui problemi, spesso senza cercare attivamente soluzioni, senza che vi sia dietro un impegno per ottenere un effettivo cambiamento. La lamentela tende a essere ripetitiva, negativa e focalizzata su aspetti non risolvibili o generalizzati della questione.

Frasi tipiche di un lamentoso cronico?

“Va sempre male tutto storto”

“Non c’è mai nulla che funziona”

“Sono proprio sfortunato, non me ne va mai bene una”

Per alcuni, lamentarsi è un modo per affrontare lo stress e le difficoltà quotidiane poiché esprimere ad alta voce le proprie frustrazioni può aiutare ad alleviare la tensione emotiva legata a situazioni o eventi della vita.

Tuttavia, spesso lamentarsi diventa un’abitudine radicata.

Quando si ripete uno stesso comportamento, infatti, esso tende a solidificarsi, trasformandosi in una risposta standard a tutte le situazioni che ci si trova davanti.

Ben altra cosa è lo sfogo, che rappresenta invece una modalità di comunicazione dall’effetto terapeutico.

Lo sfogo, infatti, permette di esternare i propri pensieri, le proprie emozioni, preoccupazioni e incertezze, trovando nell’altro – che si tratti di un amico o del terapeuta – un confidente che ci ascolta, ci accoglie e di comprende. In tal modo, si ha la possibilità di liberare in modo spontaneo e diretto il carico emotivo, allentando la tensione, decomprimendo e trovando sollievo.

Rispetto alla lamentela cronica, dannosa per il benessere individuale e per le relazioni interpersonali, lo sfogo è modo più sano di gestire le emozioni intense, che ha anche il vantaggio di aiutarci a distinguere tra noi stessi e il problema, oggettivizzandolo.

Sfogandomi con qualcuno e parlandone, posso dis-identificarmi rispetto al problema e pormi per un momento dalla prospettiva distaccata di un osservatore esterno, sfuggendo al flusso di pensieri ed emozioni che mi invadono.

La lamentela, a differenza dello sfogo, non è qualcosa di estemporaneo e breve, ma assume i caratteri di uno schema che si ripete nel tempo, una dinamica automatica che si innesca in risposta a qualsiasi problema.

“Ma è un’ingiustizia, però” proclamava il piccolo Calimero, ogni volta che gli succedeva qualcosa.

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Copertina del libro “Calimero. La storia” – Silvana editoriale – https://www.silvanaeditoriale.it/libro/9788836627653

Sindrome di Calimero: cosa si nasconde dietro le rimostranze del lamentoso cronico

Secondo Renzo Carli e Rosa Maria Paniccia, psicoterapeuti romani che hanno fondato il filone di studi di analisi della domanda, la lamentela può essere descritta come una neoemozione, effetto di una certa struttura di personalità e di un assetto difensivo.

Possiamo dire che il comportamento del lamentoso cronico è fondato su tre dinamiche inconsce che determinano e sostengono questa maniera di procedere.

Lagnandosi di qualsiasi cosa gli accada, chi soffre della Sindrome di Calimero si “garantisce”:

  • il vantaggio secondario di non dover affrontare il problema di cui ci si lamenta;
  • l’illusione di poter delegare a qualcuno, scaricandogli addosso le proprie preoccupazioni;
  • la possibilità di presentarsi e apparire come un martire agli occhi dell’altro

Ciascuno di questi aspetti ha una grande rilevanza, per questo vorremmo approfondirli punto per punto.

      1. Lamentarsi serve a non affrontare i problemi

Come abbiamo visto nel paragrafo dedicato alla definizione di lamentela, essa rappresenta un modo di esternare le proprie emozioni negative, il malumore, la frustrazione o la preoccupazione, senza prodigarsi nel cercare una soluzione o una strategia.

Invece di assumere un atteggiamento attivo, finalizzato a risolvere ciò che gli procura sofferenza, lottando per raggiungere i propri obiettivi o per uscire da una situazione dolorosa, il lamentoso resta inerte.

La lamentela è l’unico modo che conosce per affrontare la situazione che si trova davanti.

Purtroppo, è molto più facile arrabbiarsi e protestare perché le cose non vanno come vorremmo, che provare a cambiare la situazione in qualche modo.

      1. Lamentarsi ci dà l’illusione di poter delegare

Allo stesso tempo, chi non fa altro che lagnarsi porta in sé la convinzione inconscia di poter delegare all’altro la risoluzione del problema in oggetto, evitando di assumersi la responsabilità della propria vita, della cura di sé.

Chi si lamenta, non vuole affannarsi, dedicando tempo ed energie al problema. Preferisce idealizzare chi ha davanti – che si tratti di un amico, di un parente o anche del terapeuta –, investendolo di capacità superiori alle proprie e quindi del dovere di sollevarlo dal peso che porta, aiutandolo a trovare sollievo dal malessere.

      1. Lamentarsi ci permette di fare il martire

In ultimo, il lamentoso cronico gode di un altro vantaggio: ha la possibilità di mostrarsi all’altro come un martire, quasi un eroe tragico che si espone ai colpi e alle offese che gli infligge un destino feroce e implacabile.

Nella sua testa, lui o lei non ha colpe, ma è soltanto una vittima, esattamente come Calimero, il famoso pulcino piccolo e nero apparso in televisione negli anni Sessanta, come mascotte pubblicitaria dei prodotti Mira Lanza.

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Immagine di wayhomestudio su Freepik

Sindrome di Calimero e vittimismo cronico: come lamentarti sempre ti sta danneggiando

La lamentela costante ha un pesante impatto sul benessere e sulla salute mentale dell’individuo.

Essa, infatti, è capace di compromettere il nostro stato fisico e mentale ed ha conseguenze anche sul piano delle relazioni interpersonali.

La lamentela distrugge il cervello

Diversi studi di neuroscienze hanno dimostrato che lamentarsi provoca veri e propri danni al nostro cervello.

In che modo?

Quando entriamo in modalità lamentela, avvengono delle modificazioni neurofisiologiche nell’ippocampo, area del cervello deputata a funzioni fondamentali come l’apprendimento, la memoria e, soprattutto, l’immaginazione. I neuroni di quella zona si “spengono”, disattivandosi e inibendo, in tal modo, tali funzioni cognitive.

Il risultato è che viene depotenziata la nostra capacità di ragionare e trovare soluzioni creative.

Se ti lamenti di continuo, nuoci alla tua autostima

Ma non solo.

Lamentarsi di continuo ha effetti nocivi anche sulla nostra autostima. Quando protestiamo e ci lagniamo con qualcuno, continuando a ribadire quanto sia difficile la nostra vita, stiamo comunicando un messaggio disfattista anche a noi stessi.

È come se ci stessimo ripetendo in continuazione che non siamo all’altezza, che non ce la faremo mai, che non valiamo assolutamente nulla e non saremo mai in grado di superare gli ostacoli che abbiamo davanti.

Questa visione negativa che abbiamo di noi stessi abbassa la nostra autostima e il nostro senso di autoefficacia, condannandoci a un senso di inadeguatezza costante che è l’anticamera di altri gravi problemi mentali.

Un’autostima salda, infatti, rappresenta un elemento di protezione contro disturbi psicologici quali la depressione e l’ansia.

Quando brontoli sempre, ti svuoti di energia

A risentire della lamentela sono anche i nostri livelli di energia personale.

Se passo il mio tempo a lamentarmi, indirizzo tutte le mie energie mentali e i miei pensieri in un vicolo cieco. Di fatto, invece di cercare una strada che mi porti da qualche parte, non faccio che ripercorrere sempre lo stesso itinerario privo di sbocchi o vie d’uscita, ritrovandomi alla fine senza energie e senza soluzioni, incapace di reagire e di produrre un cambiamento significativo.

La lamentela cronica allontana le persone e distrugge le relazioni

Le persone che si lamentano frequentemente possono diventare un peso per chi le circonda, costretto ad ascoltare continui sproloqui su quanto il mondo sia un posto orribile.

Amici e familiari potrebbero sentirsi sopraffatti o infastiditi dalle continue negatività. Le interazioni possono diventare meno piacevoli e più stressanti, compromettendo la soddisfazione reciproca e la fiducia e portando a un graduale allontanamento emotivo e sociale.

Rompere il circolo vizioso della lamentela

Le persone si lamentano sempre si danneggiano da sole.

Non soltanto perché rimangono intrappolate in una modalità di comportamento che inibisce l’azione e il cambiamento, ma anche perché il loro atteggiamento negativo ha effetti corrosivi sui rapporti umani, che tendono a deteriorarsi. Anche le persone care, alla lunga, si stancano e non riescono a sostenere questo tipo di comportamento reiterato nel tempo.

Come fare allora per rompere il circolo vizioso e riprendere in mano la propria esistenza?

In questi casi, la decisione di intraprendere un percorso individuale di psicoterapia con un professionista può rivelarsi la strada più adeguata per risolvere il problema.

Chi soffre della Sindrome di Calimero, di fatto non riesce a distinguere tra l’evento e l’effetto che quell’accadimento ha su di lui. Non si accorge che un conto è ciò che sta succedendo al di fuori di lui, un altro i pensieri e le emozioni che prova, il suo modo di reagire alla situazione, di viverla, interpretarla ed elaborarla.

Il terapeuta che prende in carico una persona che presenta questa problematica, ha il compito di aiutarla a riconoscere che l’abitudine a lamentarsi è divenuta uno schema ricorrente, prendendo così consapevolezza del meccanismo perverso nel quale si trova incastrata.

Una volta che la persona riesce a vedere la trappola, è più difficile che ci cada dentro, ripetendo l’errore passato.

In un secondo momento, può essere utile anche intraprendere un percorso di terapia di gruppo per elaborare questa modalità disfunzionale di rapportarsi con gli altri, arrivando a migliorare la qualità delle proprie relazioni, creando un ambiente più positivo, sereno e costruttivo per sé stessi e per coloro che abbiamo intorno.