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Rivalità e differenziazione identitaria

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Aspetti individuali e affiliativi nella stanza di analisi

 

La seduta che ho scelto di riportare si colloca all’inizio del sesto anno di analisi di una mia paziente, che chiameremo Maria Sole (40 anni).

Durante una seduta piuttosto fluida, incentrata sugli aspetti di recupero funzionale di Maria Sole e sugli obiettivi ancora da raggiungere, emergono in primo piano diversi desideri e aspettative che lei sente importanti per il miglioramento della sua qualità della vita, quali la possibilità di sperimentare un amore gentile e sereno, e quello di una casa nuova che lei possa sentire davvero sua (arredandola, invitando amici a cena, godendosela come casa sua).

Altri obiettivi si riferiscono alla voglia di allenarsi meglio nel suo sport preferito – la ginnastica artistica – aumentando il livello di sicurezza e di competenza tecnica, così come l’obiettivo di uscire di più con uomini della sua età per recuperare aspetti di sé messi a tacere da lungo tempo (femminilità, civetteria, sensualità, potere seduttivo, il piacere di essere con il proprio corpo e con il corpo dell’altro…)

Ora che ha un lavoro fisso, uno stipendio assicurato, ora che può viaggiare e programmare le spese con regolarità, e che la sua struttura psicologica è più salda ed i confini fra sé e l’altro ristabiliti, Maria Sole sembra aver recuperato il piacere della intimità relazionale (stare insieme, fidarsi, affidarsi, confidarsi, sentirsi partecipe, sentirsi cercata), almeno nelle amicizie.

Quando, in questa cornice di relativo benessere acquisito, le domando come sta lei “dentro” – al di là delle cose che fa –mi dice che c’è una cosa che la fa pensare: una sua cugina, psicologa, le ha fatto delle domande sul tipo di approccio terapeutico che portiamo avanti, probabilmente per curiosità e interesse, ma qualcuna di queste domande può averla messa un po’ a disagio

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Immagine di Freepik

Le osservazioni di un terzo, fuori dalla coppia analitica

Maria Sole dice di non essersi sentita invasa, ma di aver riflettuto sul fatto che, nonostante io le abbia più volte detto il nome dell’approccio terapeutico che sta sperimentando e vivendo in analisi, lei puntualmente se lo dimentica.

Aggiunge ridendo che non è un problema il fatto che se lo dimentichi, anzi, secondo lei è indice del fatto che in fondo non ha molta importanza sapere un nome di un approccio, a lei importa che si trova bene e che quell’approccio funziona e le fa ottenere degli effetti positivi.

Mentre parla, mi accorgo che usa frasi come “Non sono malata”, oppure “Sono fortunata”, due movimenti che vanno a mettere in discussione due grossi principi organizzativi invarianti disfunzionali per MariaSole – in costante lotta fra il sentirsi malata e sfortunata ed il volersi riappropriare di una vita attiva e liberamente scelta.

Alla cugina ha risposto di essere stata fortunata perché trovandosi bene in analisi non ha mai dovuto cambiare analista né approccio terapeutico per 6 anni (ride), e quando le ha detto che in fondo, se dimentica il nome dell’approccio, vuol dire che non è quello che le importa, la cugina le è sembrata incuriosita positivamente dalla risposta e dalla osservazione di Maria Sole.

Approfondisco se in qualche modo Maria Sole abbia vissuto queste domande con disagio, lei dice di no, che ha sentito un interesse sincero da parte della cugina che voleva “sapere” (ad esempio sapere se stava seduta o sdraiata, se io le davo dei compiti a casa….); l’unico momento in cui ha provato un po’ fastidio è stato quando la cugina, avendo saputo della frequenza settimanale delle sedute, le ha detto: “E non avete mai diminuito?”

Mi rendo conto della duplice valenza che riveste per me questo tema delle domande della cugina psicologa: da un lato, tendo ad essere sensibile alle osservazioni/critiche che una persona esterna alla coppia analitica (a maggior ragione una psicologa probabilmente di diverso orientamento teorico e con un diverso approccio terapeutico) può muovere ad una persona in analisi, spesso pretendendo che questa le spieghi a parole “quello che fate in seduta” e quindi mettendola in una posizione difficile, irta di insidie ed emotivamente impegnativa – qual è quella di dover spiegare verbalmente, quindi con il rischio di grande riduttività, un processo esperienziale ed affettivamente carico come l’analisi o la terapia analitica.

Il più delle volte ci si trova a dover giustificare, o quasi, quello che l’analista dice o fa, per salvaguardare la propria preziosa coppia analitica.

Io dico sempre che certe cose non si spiegano, si fanno, si vivono. E si capiscono solo attraverso l’esperienza, non attraverso una descrizione esplicativa che, per quanto accurata, è sempre riduttiva… traduzione di un originale intraducibile.

E’ un momento piuttosto antipatico, a mio avviso.  Ma succede.

Sentivo quel momento come un pericolo per la sicurezza di Maria Sole.

Mi dava fastidio immaginarla ad arrampicarsi sugli specchi per giustificare, spiegare, chiarire, difendere il nostro lavoro sotto gli occhi critici di una parente stretta e competente in materia.

Quasi di sicuro queste paure parlavano più di me che di lei.

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Immagine di Freepik

La mia prima analisi: cosa non volevo essere come terapeuta

D’altro lato, ecco il controtransfert: emerge potente un ricordo molto vivo nella mia memoria, un ricordo risalente alla mia prima analisi – esperienza fortemente traumatica e controproducente – uno dei cui meriti fu di certo quello di insegnarmi “cosa non sarei mai voluta essere io per un paziente”.

Di quella esperienza mi porto dietro dunque un insegnamento al negativo: cosa non farei mai nelle vesti e nel ruolo di terapeuta.

La scena di allora fu la seguente: non era da tanto che andavo in seduta con il dottor X, e da un po’ mi domandavo che tipo di percorso formativo e accademico avesse egli seguito.

A posteriori ritengo che fossi spinta da un grande bisogno di idealizzazione, il bisogno di vedere in lui un modello, una guida da seguire, io che ero all’inizio del mio training post-lauream, piena di entusiasmo per quello che mi accingevo a fare: la mia analisi, il mattone più importante per la mia crescita sia psicologica che professionale.

Così, a fine seduta, quel giorno mi alzai dal lettino e nell’avvicinarmi per salutarlo (qualunque contatto fisico o stretta di mano mi era negata ponendosi lui sempre con le braccia incrociate dietro la schiena, il viso immobile quasi costretto alla inespressività più irreale che possa essere immaginata) gli chiesi spontaneamente se potesse dirmi che tipo di formazione avesse, che tipo di scuola di psicoterapia avesse frequentato, insomma gli chiesi notizie sul suo status professionale.

La risposta mi arrivò come una porta in faccia al buio e all’improvviso: “Siamo qui per parlare di lei, non di me.” – questo fu tutto, accompagnato da un lieve corrugamento di quel volto esercitato a non fra trasparire nulla che fosse lontanamente avvicinabile alla vita.

Sapevo che i terapeuti di alcune mie colleghe si confrontavano con le analizzande in training e, trattandole da colleghe in formazione, non esitavano a consigliare loro testi da leggere, convegni a cui assistere, argomentazioni inerenti il proprio personale percorso formativo.

Dire che rimasi delusa da questa risposta del mio analista non rende giustizia.

Ne fui ferita profondamente.

Me ne andai da quella stanza con una nuova cicatrice, che si andava ad aggiungere a quelle della mia vita privata e che rischiava di diventare una delle più dolorose: forse non ero all’altezza di sapere certe cose, io ero la paziente che aveva qualcosa di sbagliato, lui il grande luminare irraggiungibile e che mai si sarebbe posto al mio livello, a conversare con me di formazione in psicoterapia.

Ci volle del tempo per comprendere che di quella cicatrice non potevo cancellare il segno, ma di quello potevo servirmi per contrasto: mi divenne sempre più chiaro che ad un paziente non avrei mai fornito quel tipo di esperienza, o almeno avrei fatto di tutto per evitare ciò: un misto fra svilimento del paziente, mascheramento dell’analista, fuga dalla relazione e dal confronto, nonché negazione della funzione di supporto a bisogni narcisistici sani come l’autostima e l’idealizzazione – per non parlare del piacere della gemellarità.

Da allora, ogniqualvolta mi trovi di fronte a situazioni di questo genere, tento sempre di dare una risposta che, fedele al dato di realtà (la mia formazione) possa anche soddisfare gli specifici bisogni che ogni paziente, in maniera del tutto peculiare, porta insieme a quelle domande ed a quell’interesse.

La stanza di analisi: palestra di vita e di relazioni

Maria Sole proviene da esperienze affettive e relazionali poco chiare, ambigue, perfino manipolative.

È arrivata in analisi sull’onda di un crollo psicologico conseguente ad una storia con un uomo che la ingabbiava in una dimensione di confusione e solitudine affettiva, in un vortice di impossibilità comunicativa dei propri ed altrui vissuti: ogni comunicazione mirava solo alla distruzione stessa della comunicazione.

Fornirle un setting chiaro e comprensibile è stato uno dei primi step con lei.

Trasmetterle la possibilità di comprendere cosa le accadeva dentro e cosa stavamo facendo noi in terapia è andato di pari passo.

Ora che l’alleanza terapeutica è salda e forte, Maria Sole può persino dimenticare il nome del mio/nostro approccio terapeutico, certo. È lei stessa a riconoscere questo e ciò mi emoziona non poco.

Ma resta mio compito quello di non fuggire di fronte ad una richiesta di chiarezza, di fronte alla domanda “Cos’è questa cosa qui, da dove proviene”.

Credo che nel mio raccontarle, seppur a brevi linee, la mia appartenenza all’Isipsè (di cui lei legge regolarmente il nome sulla targa dello studio) io le abbia trasmesso il mio entusiasmo per quello che sono, per le scelte che ho fatto, la mia passione per il lavoro che svolgo, e la condivisione di tutto ciò con lei cementa il legame e rafforza l’intimità, da cui non mi sento minacciata in misura maggiore che dallo stringerle la mano a fine seduta, nell’atto del saluto.

Infine, in un momento in cui MariaSole sta tentando di dar voce ad aspetti profondi di sé che sono strettamente veicolati dal corpo – femminilità, seduttività, scioltezza, leggerezza e spontaneità – capita di salutarci addirittura con due baci sulla guancia, una sorta di stretta di mano rafforzativa.

La stanza di analisi è una palestra in cui allenarsi alla vita ed alle relazioni, e questa palestra si trova nel mondo reale, fisico ed umano.

Farla diventare il luogo incantato delle interpretazioni scevre da ogni coinvolgimento affettivo rischia di essere non solo inutile, ma fuorviante, portandoci cosi lontani dalla persona che abbiamo di fronte da non vederne più i tratti distintivi.

Ho deciso di lasciare a Maria Sole il link del mio sito internet: lo potrà consultare, se curiosa di approfondire la cosa, o potrà semplicemente usarlo per rispondere agilmente ad eventuali domande altrui, da cui preferisse svincolarsi con un semplice click.

“Per qualunque chiarimento, poi, puoi sempre chiedermi, lo sai….”. concludo nel porgerle l’indirizzo del sito.

Ed in quelle parole sento la voce del mio analista che non sentii quel giorno in cui imparai chi non volevo diventare.

articolo a cura della dottoressa Federica Elia, psicologa e psicoterapeuta

 

 
Immagine di copertina: Immagine di shurkin_son su Freepik
 

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