Essere genitore: non esiste un solo modo

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Cosa vuol dire essere genitore?

Istantaneamente vengono alla mente le solite frasi: “Genitore non è chi mette al mondo una vita, ma chi cresce un bambino, chi se ne prende cura ogni giorno”. Forse la maggior parte di noi sarebbe d’accordo su questa frase, ma vogliamo metterci davvero a confronto con tale affermazione, chiederci cosa significa prendersi cura in termini di Genitorialità.

Abbracci e carezze: il corpo come archivio delle esperienze di cura genitoriale

Innanzitutto, partiamo con il sottolineare il fatto che, nel corso delle primissime situazioni interattive, il corpo incamera dei dati emotivi e si configura come una primordiale sede di registrazione dell’esperienza soggettiva legata all’esperienza di cura, il tutto attraverso una processazione inconscia. Il corpo dunque rappresenta non solo la sede della primaria registrazione di scripts emotivi, ma diviene – nel corso dello sviluppo soggettivo – una narrativa individuale della genitorialità interiorizzata.

Il corpo porta con sé delle memorie procedurali (tracce affettive, inconsce, emotive e preverbali) che marcano percorsi paralleli e coesistenti con quelli della memoria autobiografica (codici razionali, controllabili e coscienti). Il corpo è dunque un archivio non verbale dei primi e più importanti vissuti relativi alla genitorialità ed ai primi legami di attaccamento: è così che abbracci, manipolazioni, contenimento fisico ed interazioni caregiver-bambino – fondate sulla relazione corporea e sul contatto con l’altro che fornisce cure – si fanno strumento di simbolica e momentanea integrazione di corpo e psiche, nei quotidiani gesti attorno al corpo ed alla comunicazione corporea. E questo già dal primo anno di vita avvia un processo che è predittore del tipo di legame di attaccamento che si andrà a formare.

Il tipo di legame di attaccamento sarà a sua volta predittore degli schemi interiorizzati, schemi di sicurezza o insicurezza che il bambino porterà con sé durante tutto l’arco di vita e che influenzeranno le relazioni adulte.

In breve, quello che fa la differenza fin dalle precocissime fasi di vita del bambino, è la modalità del caregiver di essere con, di stabilire un contatto fisico-emotivo con il bambino. Quelle memorie iscritte nel corpo permangono a dispetto di ogni cognizione, vanno oltre al fallimento di ogni razionalità e restano anche dopo che le funzioni cognitive decadono con l’invecchiamento.

Sono memorie emotive antichissime che il corpo trattiene con sé e che sopravvivono a quelle che definiamo funzioni “superiori” ma che sono le prime a cedere il passo alla radice affettiva profondissima del Sé e dell’Identità.

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Il corpo è un archivio preverbale dei vissuti legati all'esperienza della genitorialità

Attaccamento sicuro e insicuro: le impronte del vissuto genitoriale

Un individuo che ha interiorizzato un modello operativo delle figure di attaccamento come amorevoli, disponibili ed attente ai suoi bisogni, costruirà un modello complementare di sé come degno e meritevole di cure e tutte le sue relazioni saranno improntate secondo questi assunti. Al contrario, un bambino che ha sviluppato un attaccamento insicuro può vedere il mondo come pericoloso, un luogo nel quale l’insicurezza e la difficoltà di affidarsi all’altro rappresenta il nucleo di ogni relazione possibile, considerandosi incapace e non meritevole di amore e dovendo ricorrere ad atteggiamenti difensivi.

In termini di comportamento di cura, quindi, diviene fondamentale riconoscere le implicazioni che derivano da storie riuscite o non riuscite di incontri/scontri, accoglienza/rifiuto, rispetto/sopruso che strutturano ogni esperienza personale ed ogni narrativa su se stessi e inevitabilmente sulla genitorialità.

All’interno del vissuto genitoriale soggettivo intervengono complessi meccanismi che mettono ogni caregiver nelle condizioni di dover fare i conti con il proprio personale modo di sentirsi come figlio e come genitore, nonchè con il proprio personale modo di sentire e rappresentarsi le proprie figure genitoriali.

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Separati, adottivi, omosessuali: essere genitori, al di là degli stereotipi e pregiudizi

È possibile considerare la genitorialità una condizione fondamentale della persona umana indipendente da altre funzioni o funzionamenti (es. coniugalità, psicopatologie specifiche. adattamenti/disadattamenti lavorativi, orientamento sessuale, identità di genere…), con tutte le implicazioni teoriche, cliniche ed operative che ne risultano, per evitare facili riduzionismi che limiterebbero la libertà di espressione umana entro contenitori pregiudizievoli rispetto a ciò che è buono e funziona sempre (es. la genitorialità in una coppia eterosessuale) vs ciò che non può mai funzionare es. (la genitorialità in una coppia omosesuale).

La genitorialità è, dunque, una funzione autonoma e processuale dell’essere umano preesistente all’atto di concepire, non il risultato della necessaria coincidenza con altre dimensioni che una cultura normativa intrisa di pregiudizi e stereotipi associa ideologicamente al costrutto di genitorialità a garanzia di un suo buon funzionamento.

In tal senso, possiamo affermare che essere genitori capaci di dispensare in modo adeguato le funzioni di cura non ha a che vedere necessariamente con variabili quali:

a) la generatività: ad esempio nei casi di adozione, affidamento e famiglie ricomposte

b) la coniugalità: la dimensione di coppia coniugata non è indispensabile ai fini del prendersi cura dei piccoli

c ) la condivisione degli stessi spazi: non è indispensabile convivere con i figli, come nel caso di genitori separati, di chi lavora lontano da casa, di chi è ricoverato a lungo termine o vive in carcere

d) l’orientamento eterosessuale: una coppia omosessuale può esercitare una adeguata funzione genitoriale nei confronti di figli nati da precedenti unioni eterosessuali oppure adottati o procreati attraverso altri metodi medicalmente assistiti

e) la continuità del sesso biologico: natura e qualità della funzione genitoriale non dipendono da una eventuale variazione del sesso biologico a seguito di una transizione di genere

Tutti questi fattori, che delineano una qualsivoglia forma di discontinuità nelle vite umane, non costituiscono di per sé fattori di rischio o di alterazione in termini di adeguatezza delle funzioni di cura, proprie di un genitore.

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Caratteristiche di un “buon genitore”

Un genitore competente è colui che sa ascoltare il proprio figlio, sa rispondere ai suoi bisogni fisici, psicologici e relazionali, sa anteporre alle proprie esigenze quelle del figlio, sa stabilire le basi per un legame di attaccamento sicuro basato su una comunicazione empatica ed efficace, priva di ricatti emotivi ed orientata al benessere del figlio e della relazione.

Prendersi cura significa esercitare un costante pensiero rivolto all’altro, significa affettività nei gesti e nelle parole, significa sforzarsi ogni giorno per interpretare i bisogni dell’altro, saper imporre limiti e negoziare regole, garantire routine rassicuranti ed in ultima analisi accompagnare i figli nel percorso di crescita permettendo una sana individuazione ed un ingresso sereno nel mondo adulto.

Genitore competente è colui che contribuisce alla sicurezza interiorizzata del figlio, colui cioè dal quale il figlio trae la possibilità di strutturare una stabilità interna che gli consente di non disorganizzarsi anche in situazioni difficili e di mantenere saldo l’equilibrio psichico e la fiducia nel mondo relazionale, risultando in grado di chiedere aiuto ed autoregolarsi proprio in virtù della precedente capacità di regolazione del caregiver.

Questo è l’unico genitore riconosciuto e riconoscibile per un figlio in quanto figura affettiva di riferimento, quella a cui un figlio affida simbolicamente la memoria del benessere, dell’amore incondizionato, dell’affidabilità, della possibilità di ricongiungersi dopo il dolore della separazione, del valore personale riconosciuto da chi ti accetta e ti sostiene nel rispetto della tua soggettività.

E questo vale per un ogni genitore, anche per quel genitore “simbolico” che, nel prendersi cura attraverso una professione di aiuto o una relazione tesa all’aiuto, sappia esercitare per l’altro quelle funzioni vitali per l’integrità mentale e relazionale di un altro essere umano, che sono alla base dei legami sicuri e che permettono di creare nel tempo una catena virtuosa di competenze genitoriali adeguate nel susseguirsi delle generazioni.





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