“Confidenza”. Una recensione psicologica

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Dopo aver visto il film “Confidenza” ti ritrovi come un grosso boa che ha appena ingoiato una preda sette volte più grossa di se stesso: ci vorranno giorni per digerirla.

“Confidenza” è uno di quei film che ha bisogno di sostare nella tua mente per un tempo abbastanza dilatato, di risuonare in te più e più volte, per poi cominciare a produrre significati, suggestioni ed insight a vari livelli di profondità.

Per certi versi e per molti spettatori, sarà più semplice concludere che “non mi è piaciuto”, il che comporta il grande vantaggio di evitare di farsi troppe domande e magari, in ultima analisi, di dover ammettere che ci sia la possibilità di non averlo capito fino in fondo.

Confidenza. La frustrazione del finale aperto che ci spinge a interrogarci

“Confidenza” è uno di quei film dal finale aperto, con tutto il carico di frustrazione che questo può implicare. Frustrazione, però, spesso accompagnata da una ineluttabile tendenza della nostra mente a tornare su quella scena o su quella frase, forse su quell’inquadratura che per qualche recondito motivo ci ha colpiti e fatti arrivare al sommo scopo dei finali aperti: interrogarci, creare dubbi e domande, aprire opportunità di letture differenti, piuttosto che offrire un’unica e rassicurante visione delle cose.

Confidenza. Una storia tutta introspettiva

In “Confidenza” abbiamo un protagonista, Pietro Vella, che è allo stesso tempo un uomo e la dimensione intrapsichica di quell’uomo: c’è un professore e c’è il mondo interno di quel professore, con tutti i conflitti e le scissioni che egli custodisce al suo interno.

Fin dalla prima scena cadiamo nella trappola di credere che sia una storia cronologica quella che stiamo seguendo, e che alcune scene siano tutt’al più dei flash-back, delle anticipazioni su un finale che già intravediamo come tragico…salvo poi ritrovarci in una storia straordinariamente introspettiva, che si fa strumento di rappresentazione di un Sé dilaniato da un dolore talmente forte che possiamo sentirlo urlare pur nel silenzio, sempre sull’orlo di un vertiginoso baratro a cui Pietro è costantemente esposto lungo tutta la durata della pellicola.

Il segreto in Confidenza. Tra paura del ricatto e senso di appartenenza esclusiva

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Il segreto, mai confidato allo spettatore, esiste dapprima come legame di intimità fra due anime che da quel momento in poi sono destinate a restare unite da un intreccio di amore e terrore, fra paura del ricatto e senso di appartenenza esclusiva: perché solo chi conosce la parte più oscura di noi può davvero essere capace di amarci per sempre…..o di ucciderci.

Una vita, quella del protagonista, che si snoda su menzogne, maschere, ipocrisie e manipolazioni come un funambolo si muove sul filo, sospeso fra esaltazione e paura di precipitare scoprendosi incapace.

Il segreto di Pietro: un’esistenza fondata su una struttura psichica fragile

Ma di cosa realmente Pietro ha paura? Non è forse la paura di essere scoperto del più grande fra tutti i segreti? Quello di aver fondato tutta una esistenza, apparentemente costellata di successo e di riconoscimenti, su una struttura psichica gravemente fragile e compromessa perché corrosa da misfatti, da qualcosa di inconfessabile, da un senso di fallimento e di vergogna che portano con sé fantasie di morte violenta….e quando la coscienza è così dolorosamente sanguinante, non fa più nemmeno tanta differenza se a morire sei tu o il tuo nemico persecutore o il tuo più grande amore.

Amore e morte si fondono in un ciclone che spazza via tutto, dignità e speranze incluse.

Vediamo dispiegarsi davanti ai nostri occhi una base così sottile ed inconsistente, quella della psiche di Pietro, tanto da far presagire continuamente il crollo, la caduta, la morte simbolica.

Come spettatori, veniamo trascinati nel portare avanti una serie di interpretazioni, ognuno in base ai significati personali che soggettivamente ci abitano dentro e che danno origine alla nostra propria visione di questa storia: il professore Pietro Vella potrebbe aver commesso quello o quell’altro crimine, o forse non averne commessi mai.

Alla fine, d’altra parte, la vera tragedia potrebbe risiedere non tanto nel fatto che tali crimini vengano o meno rivelati e resi pubblici. Il vero danno, quello che sembra tragicamente irreparabile, potrebbe essere proprio quel Sé dilaniato da un’angoscia indicibile e senza nome, dalla vergogna inconscia, dal terrore di essere scoperti e smascherati nella propria natura di impostore e nei propri autoinganni, quell’angoscia di guardarsi dentro e riconoscere infine in Teresa (colei che sola conosce il segreto e la sostanza del vero) la propria autentica coscienza , l’unica che non ha bisogno di fare sconti, né di confessioni, né di ricatti:

la Coscienza sa, ha il potere di sapere.

Se la scena iniziale simboleggia uno dei tanti scenari del mondo interno di Pietro, nel suo accidentato viaggio lungo i sentieri della propria coscienza, la scena finale è una iconica resa dei conti, in cui l’interiorità non ha più scampo nel ripercorrere la tragica carrellata della sua fuga da se stessa.

E questo è quel che accade quando ormai a nulla può servire più né mentire, né omettere, né fingere, né nascondere, né nascondersi.

Articolo a cura della dottoressa Federica Elia, psicologa e psicoterapeuta del Centro Il Filo di Arianna

Per approfondire: Confidenza: la nostra intervista a Daniele Luchetti, Elio Germano, Federica Rosellini, Vittoria Puccini – Movieplayer.it