La conclusione della psicoterapia: quando finisce il percorso con lo psicologo?

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Quando ci si rivolge per la prima volta a un terapeuta, sono tanti i dubbi che affiorano alla mente, le domande che si ha bisogno di porre al professionista.

Al di là dei costi e delle modalità con le quali avverranno le sedute, in presenza nello studio di psicoterapia oppure a distanza, quel che spesso si chiedono i pazienti è:

quanto durerà il mio percorso?

È un quesito del tutto legittimo, specialmente da parte di chi sceglie di andare in terapia per risolvere dei sintomi importanti, invalidanti, che hanno un impatto forte sulla vita quotidiana del singolo individuo.

Tuttavia, come diciamo spesso, è impossibile stabilire a priori la durata di un percorso di terapia. Ci potrebbero volere una manciata di sedute, dilazionate nel corso di poche settimane, oppure diversi mesi o anni, prima di giungere a una conclusione.

Non stiamo parlando di qualcosa di prestabilito, valido per tutti: ciascun percorso è unico e imprevedibile perché ognuno di noi è altrettanto unico.

Chiunque varchi la soglia del nostro studio a Roma Prati, però, lo fa con la consapevolezza che i nostri terapeuti si assumono una precisa responsabilità: restituire al paziente il benessere nel più breve tempo possibile.

Fatta questa dovuta premessa, vediamo insieme come può concludersi la terapia, quand’è che si arriva all’ultima seduta e, soprattutto, cosa accade dopo la fine di un percorso psicologico.

In questo articolo parleremo di quel che accade quando la terapia funziona e porta i risultati sperati. Ma anche di cosa avviene quando si decide di interrompere il proprio percorso psicologico prima del tempo.

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Il drop-out ovvero l’abbandono precoce della terapia

Capita più spesso di quanto si creda.

Il paziente telefona per prendere appuntamento e nel corso di questo primo contatto telefonico racconta al terapeuta le motivazioni che lo spingono, il disagio sul quale vuole lavorare.

Ci si lascia con una data e un orario.

Ma quel giorno alla porta dello studio non si presenta nessuno.

Oppure, il paziente arriva regolarmente e svolge la sua prima seduta di terapia. Allo scoccare dell’ora, saluta il terapeuta che ha già fissato il successivo incontro e poi, rientrato a casa, invia un messaggio in cui spiega che non vuole proseguire oltre.

O magari, semplicemente, interrompe la relazione terapeutica senza dare alcuna spiegazione, sparendo nel nulla.

Casi come questo rientrano in quello che in gergo viene definito drop out, fenomeno per il quale il paziente si ritira, abbandonando la terapia prima della sua naturale conclusione o del raggiungimento degli obiettivi prefissati.

Perché avviene?

I motivi sono tanti, in verità.

Spesso, la brusca interruzione del percorso si deve alle resistenze del paziente, che di fatto boicotta il lavoro intrapreso su sé stesso, spesso in modo del tutto inconsapevole. In molti casi, alla base di questo atteggiamento c’è il desiderio di ottenere un cambiamento nella propria vita senza modificare alcun aspetto, senza impegnarsi attivamente perché le cose vadano meglio.

È come se si andasse dallo psicologo o dal terapeuta chiedendogli di guarirci, di toglierci di dosso il male.

Ma il professionista della salute mentale non è un medico che somministra medicine né tantomeno un mago che può trasformare la realtà con una semplice formula o un colpo di bacchetta.

La psicoterapia funziona quando terapeuta e paziente lavorano insieme, collaborano per il raggiungimento di uno scopo comune.

È qualcosa che richiede impegno, fatica perché occorre uscire dalla propria zona di comfort, mettersi in discussione, rivedere i propri schemi di pensiero…

I sintomi che si sperimentano, infatti, sono la spia di un disagio più profondo, un segnale che qualcosa nella propria vita non sta andando come dovrebbe, che c’è qualcosa da cambiare.

Delle resistenze molto forti potrebbero emergere anche più avanti, di fronte ad argomenti o questioni affiorate durante una seduta, che non ci si sente in grado di affrontare.

L’improvvisa interruzione della terapia può avvenire anche quando il percorso è già avviato e si stanno vedendo i primi risultati, a causa di un transfert negativo nei confronti del terapeuta o perché non si riesce a tollerare la frustrazione e si ha l’impressione che la situazione non si sblocchi.

Il fatto è che la terapia non è un processo lineare.

Ci sono momenti di rivelazione (insight), in cui avvengono prese di coscienza importanti, e altri in cui si finisce in una fase di stallo, senza progredire.

Talvolta ci sono dei balzi in avanti improvvisi oppure delle regressioni.

Ma se in seduta il paziente manifesta il desiderio di interrompere il percorso, il terapeuta professionista dovrebbe indagare più a fondo, invitarlo a riflettere insieme sulle ragioni di un simile proposito.

Ed eventualmente anche lasciarlo andare, nel caso in cui sia convinto della propria decisione.

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La fine della terapia: quando arriva il momento giusto di dirsi “addio”

Quando si instaura una relazione solida, fondata su reciproca fiducia, rispetto e apertura, paziente e terapeuta divengono compagni di viaggio e attraversano insieme territori spesso inesplorati, emozioni a lungo represse, ricordi nascosti nel doppiofondo dell’anima.

L’obiettivo primario di questa esplorazione del proprio mondo interiore è il superamento delle difficoltà che ci hanno portato nella stanza di terapia, naturalmente: ansia, attacchi di panico, disturbi psicosomatici, difficoltà relazionali, disturbi sessuali etc.

Solitamente, se il percorso procede bene, i primi risultati arrivano dopo poche sedute, con una progressiva risoluzione dei sintomi, che si fanno via via più lievi fino a scomparire del tutto.

Arrivati a questo punto, si può ritenere conclusa la terapia?

In realtà no.

Gran parte di coloro che arrivano nel Centro Il Filo di Arianna, una volta trovato sollievo dal malessere che li ha condotti fin qui, decidono di non fermarsi ma di procedere oltre, di scavare più a fondo, di ascoltare la chiamata.

I sintomi, infatti, non sono altro che una chiamata della psiche, che ci invita a rivolgere lo sguardo dall’esterno all’interno, verso il nostro mondo interiore.

Attraverso questi segnali ci rendiamo conto, forse per la prima volta, che oltre la superficie c’è una realtà mentale di cui abbiamo sempre ignorato l’esistenza.

Quando questa realtà profonda viene alla luce, agli obiettivi primari della psicoterapia se ne aggiungono degli altri, più strutturali, che hanno a che fare con la possibilità di raggiungere una maggiore consapevolezza di sé, delle proprie risorse interiori e del modo in cui è possibile prendersi cura del proprio mondo profondo.

Talvolta, a una psicoterapia individuale, con la quale si è lavorato su alcuni nodi, su alcuni nuclei di significato, può seguire una terapia di gruppo, che può essere concepito come un completamento del percorso. Tale esperienza spesso è utile per coloro che hanno bisogno di superare dei problemi relazionali : il gruppo, composto da persone con esperienze di vita diverse, diventa una palestra, un luogo in cui affinare le proprie abilità sociali, apprenderne di nuove, imparando a stare in relazione con gli altri.

 

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L’ultima seduta: una separazione non traumatica

Solitamente paziente e terapeuta concordano insieme quando è arrivato il momento giusto per lasciarsi.

Se ne discute prima, con alcune sedute di anticipo.

Per il paziente, infatti, non è semplice chiudere questo capitolo della propria vita, mettendo fine a un’esperienza significativa, che lo ha cambiato nel profondo.

Per mesi – talvolta anni, nel caso delle terapie più lunghe – ha avuto un appuntamento fisso con sé stesso, un luogo sicuro in cui rifugiarsi, dove aprirsi completamente senza timore di giudizio. È inevitabile che senta di stare perdendo qualcosa di importante.

Per questo, occorre che abbia il tempo necessario ad elaborare il lutto della separazione.

Questo distacco lento è carico di significato ed ha un valore estremamente curativo.

Se, in passato, il paziente ha subito un abbandono immotivato, senza essere pronto, senza aver avuto l’occasione di un confronto, di una spiegazione, adesso quella lacerazione viene sanata da un’esperienza diversa, che corregge quella precedente perché la fine della relazione è investita di senso, carica di empatia.

Inoltre, la conclusione della psicoterapia gestita in questo modo si configura anche come un modo per prendere le distanze da una figura di riferimento (assimilabile a un genitore), acquisendo autonomia e indipendenza, assumendosi la responsabilità di sé stessi.

La fine di un percorso di psicoterapia non è uno strappo, ma un trampolino di lancio verso la vita.

L’ultima seduta può diventare anche un’occasione per il terapeuta di consegnare al paziente un’interpretazione conclusiva: con poche parole, ben scelte, egli può sintetizzare quale è stato il nodo, il nucleo fondamentale attorno al quale si è svolta la terapia.

Questa interpretazione prende quasi la forma di un aforisma, una frase dal valore simbolico, che possono intendere soltanto paziente e terapeuta. Il loro rapporto, infatti, consolidatosi nel tempo trascorso insieme, ha dato vita a dei codici, delle parole chiave, un linguaggio “segreto” in comune.

In tante situazioni, l’interpretazione conclusiva offerta dal terapeuta porta con sé un potentissimo insight, un’intuizione immediata e improvvisa, che si accompagna a un’emozione travolgente.

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Cosa succede dopo la psicoterapia?

Una volta che la terapia ha raggiunto il suo naturale compimento, la porta rimane aperta.

Qualora il paziente sentisse la necessità di tornare, di fare un altro tratto di strada insieme, per affrontare nuovi e vecchi problemi, il terapeuta rimane disponibile a dargli il sostegno che richiede.

Questo non soltanto perché potrebbero esserci dei nodi irrisolti, ma anche e soprattutto per non creare dipendenza nell’altro, negandosi nel momento del bisogno.

Spesso, proprio dopo la conclusione della psicoterapia, dopo l’ultima seduta con lo psicologo o psicoterapeuta che ci ha seguito per tanto tempo, si conseguono i risultati più grandi, si assiste a dei cambiamenti profondi e importanti.

Il paziente che giunge alla fine del proprio percorso, infatti, è riuscito a interiorizzare il terapeuta: ha fatto propri non soltanto gli strumenti e le tecniche, ma una modalità diversa, più competente, di prendersi cura di sé stesso e della propria interiorità.

Egli può, finalmente, assumersi la piena responsabilità di sé e proseguire il proprio cammino, consapevole che, se avrà bisogno, troverà sempre un sostegno.

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