Adozione: in viaggio verso un figlio tra mille difficoltà

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Domenica 21 gennaio, presso il Centro di psicoterapia Il Filo di Arianna, a Roma Prati, si è tenuto un emozionante incontro sul tema dell’adozione e della genitorialità.

Un pomeriggio denso, in cui abbiamo voluto avvicinarci al vissuto affettivo e personale di quelle coppie che, compiendo una scelta d’amore e affrontando un lungo e difficile percorso, diventano genitori tramite l’adozione. Lo abbiamo fatto incontrando Gianna Costantini e suo marito Giorgio, che hanno raccontato la loro esperienza di genitori adottivi nel libro “9300 chilometri di cordone ombelicale”.

Ma non solo.

Quest’incontro, grazie alla presenza di Gianna, consigliera presso il XII Municipio di Roma, è stato anche l’occasione per fornire informazioni utili e indicazioni pratiche a livello di politiche istituzionali relative alla genitorialità adottiva.

Ma partiamo dall’inizio e chiediamoci:

Cosa significa adottare?

Adozione: in viaggio verso un figlio tra mille difficoltà

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La scelta di adottare

Per spiegarlo, guardiamo all’etimologia della parola, che deriva dal verbo latino “adoptare”, un composto formato da due elementi: “ad” che vuol dire “andare verso”, che è un avvicinarsi all’altro in modo delicato, accogliente e rassicurate, e “optare” che, invece, significa scegliere.

Nella parola adottare c’è, dunque, la volontà di andare verso qualcuno e di sceglierlo, diventandone il genitore, colui o colei che se ne prende cura.

Come si arriva a questa decisione?

È Giorgio a risponderci: “Quando abbiamo capito che non potevamo avere figli in modo naturale, abbiamo cominciato a valutare tutte le varie opzioni disponibili per tentare. In un primo tempo avevamo ipotizzato di ricorrere alla fecondazione assistita (PMA). Dal nostro punto di vista, però, non era il percorso più adatto, anche perché la donna deve sottoporsi a dei bombardamenti ormonali…

Poi ci siamo imbattuti in un professore del Policlinico, uno dei massimi esperti nel campo dell’infertilità, che mi ha prescritto una cura da seguire. Prima di lasciarmi la terapia, però, ci ha invitato a seguirlo, dal suo studio verso il laboratorio, dove ci mostra una foto dicendo: “Questi sono i miei figli, non sono bellissimi?” La foto ritraeva due bambini originari del Brasile. Il professore ci raccontò che li aveva adottati qualche tempo prima e ci disse di pensarci.

È a quel punto che abbiamo cominciato a riflettere sull’adozione, ci si è aperto un mondo al quale non avevamo mai pensato. Da lì abbiamo cominciato a informarci su quali possibilità ci fossero per seguire quest’avventura”

L’iter di adozione, dai colloqui all’idoneità della coppia

Una volta intrapresa questa strada, naturalmente, ci si accorge che ci sono tante difficoltà da superare per arrivare all’obiettivo e realizzare il proprio desiderio di genitorialità.

L’iter per adottare un bambino (o anche un ragazzo più grande) è lungo e accidentato, stressante per certi versi perché occorre mettersi in gioco come persone.

Ci si trova a dover sostenere colloqui con il medico, lo psicologo, lo psichiatra, gli assistenti sociali che entrano nelle case e controllano se, oltre al desiderio, la coppia ha anche la possibilità di accogliere un bambino o un ragazzo, verificando persino i metri quadrati dell’appartamento.

Ciascuno di questi professionisti è chiamato a indagare le motivazioni che spingono la coppia in questa direzione, a scavare nell’intimo di entrambi i partner per comprendere la loro storia e valutare la loro idoneità.

Talvolta, le loro domande possono essere percepite come invadenti, possono far vacillare le certezze della persona, insinuare dei dubbi.

Altro ostacolo da superare è rappresentato dal fatto che per poter avere un bambino in adozione occorre ottenere il consenso dei propri genitori, che potrebbero non essere d’accordo per i più vari motivi.

Non è semplice, per persone magari di una certa età, accettare di diventare nonni in questo modo.

Per motivi giuridico-legali, però, sia la madre che il padre dei membri della coppia adottante devono dare la propria autorizzazione perché il bambino (o il ragazzo) diventi membro della famiglia e rientri, quindi, nell’asse ereditario.

Gianna spiega: “C’è bisogno proprio che i genitori facciano un atto notorio presso gli uffici del comune o del Municipio, nel caso di Roma, per dare il proprio assenso ad avere un futuro nipote che avrà poi diritto a parte dell’eredità”.

Il consenso non è sostanziale.

Ma l’assistente sociale che lavora al caso ne tiene conto e quando tale consenso da parte dei genitori non c’è, è molto probabile che la coppia non venga ritenuta idonea.

Tutte le valutazioni, le domande, gli esami a cui si viene sottoposti, infatti, portano alla stesura di una relazione finale, sulla base della quale si riceve o meno l’idoneità a essere genitori.

All’interno di quella relazione sono specificate molte cose come:

  • il numero di figli per cui si è idonei
  • l’età dei figli
  • le caratteristiche dei o del bambino

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Idoneità all’adozione: i criteri con i quali vengono valutate le coppie

A proposito di scelta, infatti, la coppia riceve un questionario di ben 57 domande nelle quali sono elencate le caratteristiche del bambino che potrebbe accogliere nella propria famiglia.

Si va dall’età al sesso, passando per l’etnia fino ad arrivare a eventuali patologie o disabilità fisiche o intellettive.

“Sono domande una più difficile dell’altra” dice Gianna.

Mentre, infatti, una coppia che affronta una gravidanza potrebbe trovarsi di fronte alla necessità di scegliere se tenere o meno un bambino a cui è stata diagnosticata qualche grave patologia o handicap, la coppia che adotta può, a priori, dare o meno la propria disponibilità, a seconda che senta di potere (oppure no) affrontare una simile situazione.

Proprio per questo è importante, lungo tutto il percorso, mantenere un buon dialogo di coppia: i partner devono sapersi confrontare continuamente, esponendo il proprio punto di vista sulle diverse questioni, in modo da non trovarsi poi a dover gestire qualcosa di inatteso.

Ciò che non si può decidere è la fascia d’età del bambino, che viene calcolata sulla base dell’anzianità della coppia adottante.

Se si è abbastanza giovani, è possibile riceve l’idoneità ad accogliere in casa un neonato.

Se, invece, si sono superati i 45 anni d’età, non sarà possibile adottare un bambino così piccolo.

A stabilirlo è la legge 184 del 1993, che disciplina le adozioni e definisce le caratteristiche che deve avere la coppia che fa domanda. Tra i criteri ci sono:

  • essere una coppia eterosessuale
  • essere sposati da almeno 3 anni o poter dimostrare una convivenza di almeno 3 anni
  • essere in grado di mantenere economicamente il minore

Questi naturalmente sono i criteri per le adozioni nazionali, su suolo italiano.

I paesi esteri hanno legislazioni diverse e quindi criteri diversi per rilasciare l’idoneità all’adozione a una coppia. Alcuni pretendono che i partner siano uniti con un matrimonio di tipo religioso (e non soltanto con rito civile). Altri escludono dalla possibilità di adottare se uno dei due coniugi è obeso, poiché ha un rischio di mortalità più alto.

Quello della salute dei genitori adottanti è un tema importante anche in Italia.

Nel nostro Paese, infatti, tra i documenti richiesti dal Tribunale dei minori c’è anche un certificato che attesti il buono stato di salute della coppia che si candida all’adozione, rilasciato dal medico legale dopo opportuni accertamenti.

L’intento di questa indagine, naturalmente, è quello di tutelare l’interesse del minore adottato, che ha già avuto trascorsi di sofferenza e abbandono, evitando di esporlo a potenziali traumi causati da gravi malattie dei genitori o da una loro perdita precoce.

La presenza di patologie viene accuratamente valutata per comprendere se possa incidere sulle capacità di accudimento. Fino allo scorso anno, aver avuto un tumore – anche in giovane età – poteva rappresentare una causa di esclusione immediata.

Non esisteva alcun divieto di adozione per gli ex malati oncologici.

Ma la questione veniva valutata caso per caso, in modo talvolta arbitrario poiché non c’erano linee guida chiare e condivise.

Nel dicembre del 2023 è stata approvata dal Senato la norma sull’oblio oncologico, che serve proprio a tutelare chi è guarito dal cancro, impedendo discriminazioni. Tale legge prevede il divieto di richiedere informazioni su una pregressa malattia tumorale una volta che siano trascorsi 10 anni dal termine del trattamento, periodo che viene ridotto a 5 anni se la diagnosi è avvenuta prima dei 21 anni.

Grazie a questo provvedimento, gli aspiranti genitori che hanno combattuto e sconfitto un tumore hanno diritto a non fornire informazioni sulla loro malattia passata.

Ciò che dovrebbe essere indagato con maggiore attenzione per valutare l’idoneità di una coppia genitoriale all’adozione sono gli aspetti psicologici, in particolare i sistemi di attaccamento e le funzioni genitoriali.

Queste ultime prescindono dal modo in cui si diventa madre o padre.

Fare il genitore non ha a che fare con il concetto di dare alla luce fisicamente un figlio, quanto con alcune competenze espletate dal caregiver, cioè da colui o colei che si prende cura di un bambino

  • l’holding (letteralmente sostegno), che si riferisce alla capacità di contenimento psichico della mente di un bambino
  • l’handling, che si riferisce invece alla capacità di trasmettere amore al bambino nel maneggiarlo, con la rassicurazione che dà il via al legame di attaccamento sicuro

Adozione: in viaggio verso un figlio tra mille difficoltà
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Un lungo percorso di coppia ma in solitudine per arrivare a un figlio

Spesso si parla di adozione in termini edulcorati, incentrando il discorso sulla meraviglia di questa esperienza d’amore.

Tuttavia, ci sono molte cose “scomode” da dire.

Non per far cadere la motivazione dei potenziali genitori adottivi quanto per informare sulle criticità di questo percorso e far sì che quella dell’adozione sia una scelta profondamente consapevole.

Occorre sapere a cosa si andrà incontro.

Giorgio, parlando della propria esperienza, sottolinea come una coppia che si accinge a intraprendere questo percorso si aspetti di trovare ascolto, accoglienza ed empatia da parte delle istituzioni e dei vari professionisti preposti..

Tale aspettativa, però, viene presto delusa.

“Sembra quasi che lo facciano a posta per scoraggiare chi vuole adottare” dice Giorgio.

Da un certo punto di vista, è comprensibile che l’iter per un’adozione sia difficoltoso e che vi sia anche un lungo periodo d’attesa, per dare modo alla coppia di prepararsi nel modo migliore.

Però nella realtà spesso la coppia si trova sola ad affrontare tutto questo, privata del supporto necessario.

Purtroppo, infatti, il personale dei servizi territoriali è sottodimensionato rispetto alla richiesta. Ci sono troppo pochi assistenti sociali e psicologi che seguono le pratiche, con il risultato che sono tutti oberati di lavoro al punto da non riuscire nemmeno a dare un appuntamento alle coppie che si presentano per fare domanda di adozione.

“In teoria l’idoneità all’adozione dovrebbe arrivare entro 4 mesi. Nella realtà a noi ce l’hanno data dopo 13 mesi e siamo stati fortunati” racconta Gianna.

Stereotipi e pregiudizi sull’adozione: le parole sono importanti

Chi si approccia all’adozione, spesso si scontra non soltanto con le difficoltà oggettive di un simile percorso, ma anche con una serie di stereotipi e pregiudizi che si fa fatica a scardinare e che producono ulteriore sofferenza.

Pensiamo, per esempio, alle parole che spesso vengono usate in modo superficiale, senza tener conto del vissuto di ciascuno, dell’impatto psicologico che hanno determinati termini.

Come riferisce Gianna, che lo ha vissuto sulla propria pelle, c’è una tendenza a sottolineare e rimarcare costantemente che un figlio è adottivo, che una madre è adottiva.

Capita molto di frequente, soprattutto sulle pagine dei giornali.

In quel contesto dire che un figlio è adottivo è del tutto pleonastico: non aggiunge nulla alla notizia che si sta dando. Serve, piuttosto, a creare clamore, a suscitare determinate emozioni nel pubblico, innescando nella mente dei lettori l’associazione tra il soggetto di cui si sta parlando e determinati stereotipi.

Purtroppo, esiste ancora la convinzione che il genitore biologico, colui che ha messo al mondo il bambino, sia quello “vero. Una concezione che va a delegittimare quello adottivo, rappresentato come una sorta di genitore di serie B.

Viene in mente, a tal proposito, l’infelice appello diffuso da Ezio Greggio alcuni mesi fa, con l’intento di far tornare sui propri passi una madre che aveva abbandonato il proprio bambino appena nato, il piccolo Enea,nella Culla della Vita alla clinica Mangiagalli di Milano.

In un video, condiviso sui social, il conduttore televisivo si rivolgeva alla donna per convincerla a riprendersi il proprio figlio con parole che hanno destato scalpore, ma che lasciano intendere quanto lavoro ci sia ancora da fare per cambiare l’opinione comune sui genitori adottivi:

“C’è tutto il reparto che ti sta aspettando nell’anonimato, nessuno dirà nulla… nomi, cognomi. Avere un bambino è una grande fortuna. Ci metteremo in tanti a darti una mano. Prendi il tuo bambino che merita una mamma vera, non una mamma che poi dovrà occuparsene ma non è la mamma vera”.

C’è poi quella sorta di curiosità morbosa che spinge alcuni a indagare sulle differenze somatiche che intercorrono tra genitori e figli, andando a sottolineare l’assenza di un legame di sangue tra genitori e figli o tra fratelli, che magari provengono – come nel caso dei figli di Gianna e Giorgio, nati uno in Vietnam e l’altro in Colombia – da paesi diversi.

Questo mettere su piani diversi i genitori biologici e quelli adottivi non va sempre a favore dei primi, che hanno – per così dire – l’investitura della natura.

In alcuni contesti, la madre (o il padre) biologica viene presentata in termini fortemente negativi, descritta come colei che ha abbandonato il bambino, rinunciando di fatto al proprio essere genitore.

Una simile rappresentazione fa molto male in ogni caso a un figlio perché crea un’interiorità spezzata, una frattura tra un prima, molto negativo, e un dopo, molto positivo.

Comunque venga posta la questione, il riferirsi ai genitori biologici e/o adottivi in questi termini ha un impatto sulla psiche dei figli, che si vedono negato il diritto a una propria identità continuativa.

C’è un film bellissimo che si intitola “Lion” (2016), tratto dall’autobiografia di Saroo Brierley “A long way home”. È la sua storia di ragazzino adottato che continua a cercare con tutte le proprie forze la propria famiglia d’origine, le proprie radici.

A un certo punto del film, Saroo dice: “Io ho due famiglie ma ho un’unica storia”

In queste parole troviamo il senso del diritto ad avere una continuità etnica e una identità continuativa, ad avere due famiglie che però non devono mai essere messe in competizione o a confronto.

Mettere le due famiglie a paragone significa proprio minare l’equilibrio psicologico di un figlio adottato che, in ogni caso, dovrà affrontare delle criticità lungo il suo percorso di crescita e sviluppo della propria identità.

Pensiamo per esempio all’adolescenza, un’età critica per ciascun individuo. Per un figlio adottato è un’impresa ancora più difficile da sostenere.

Tra i pregiudizi di cui sono vittime le famiglie adottive c’è poi l’idea secondo la quale i figli dovrebbero essere riconoscenti perché sono stati “salvati” da situazioni difficili, perché si è data loro l’opportunità di una vita migliore.

“Mi spiazzano quelli che mi dicono: “Che bravi che siete stati! Ma vi ringraziano ogni tanto? Ti chiamano mamma?” racconta Gianna.

“Certo, adottandolo gli si sta dando una possibilità” prosegue “Ma la sta dando anche a noi!”

Quello che ci si dimentica spesso è che stiamo parlando di bambini purtroppo soli, che hanno bisogno ma soprattutto diritto ad avere una famiglia, qualcuno che si prenda cura di loro.

Sostegno psicologico per genitori adottivi

Contatta i nostri psicologi psicoterapeuti a Roma Prati

Presso il Centro di psicologia e psicoterapia Il Filo di Arianna a Roma Prati, in zona Cipro-Ottaviano operano diversi terapeuti che svolgono sedute di psicoterapia di coppia e di sostegno genitoriale, rivolti anche a coppie che stiano intraprendendo il percorso adottivo o che si trovino ad affrontare difficoltà con i propri bambini e/o ragazzi.

Contattaci al 327 297 1456. Un terapeuta del centro prenderà in carico la tua richiesta. A seguito di un colloquio telefonico preliminare, in cui riceverai tutte le informazioni necessarie, potrai fissare un appuntamento per valutare di intraprendere un percorso individuale o di coppia a Roma Prati in linea con le tue esigenze.

Il nostro centro si trova in Circonvallazione Trionfale 145, 00195 Roma, zona Prati.

Il Centro di psicologia e psicoterapia Il Filo di Arianna può essere raggiunto comodamente anche con i mezzi pubblici, vista la vicinanza con due fermate della metropolitana linea A: Cipro e Lepanto.

Bus:
n° 70, 23, 291, 496, 31, 33, 495 (dalle fermate metro Cipro, Flaminio e Valle Aurelia).

Nel caso in cui ce ne fosse bisogno, si potrà valutare anche di seguire una psicoterapia a distanza, avvalendosi di colloqui online attraverso videochat Zoom.





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